Non solo una residenza universitaria

Se rivolgo lo sguardo indietro nel tempo, il primo ricordo che associo al nome “Collegio Einaudi” non è quello del mio primo giorno da studentessa, bensì un ricordo molto più lontano. Avevo nove anni e, con una scatolina di cartone stretta tra le mani, premevo insieme ai miei genitori il pulsante dell’ascensore della Sezione Valentino diretta al Terzo Piano, intenta a raggiungere la stanza di mia sorella.
All’epoca non potevo minimamente immaginare che, una decina di anni più tardi, avrei percorso quello stesso identico corridoio con le chiavi della mia stanza in tasca e che, senza quasi accorgermene, quel posto sarebbe diventato Casa.
Essere la più piccola di tre fratelli significa per certi versi avere già una parte del destino segnato. “Quando inizierai l’università andrai anche tu a vivere al Collegio Einaudi come loro!!” mi sono sentita ripetere spesso durante la mia adolescenza. Pensavo fosse semplicemente una tappa naturale del mio percorso. Nessuno, però, avrebbe potuto raccontarmi quanto profondamente questo luogo avrebbe segnato la mia vita.
Quando si parla di Collegio spesso si pensa a una residenza universitaria, a un posto dove vivere mentre si studia. Per me è stato molto di più. È stato il luogo delle prime vere conquiste da adulta. Certo, ho imparato a cucinare, a fare la lavatrice e a cavarmela nella quotidianità, ma soprattutto ho imparato a conoscere me stessa. Per la prima volta mi sono trovata lontana dai riferimenti familiari e ho avuto lo spazio per costruire un’identità mia, seguendo le mie passioni, mettendomi in gioco senza il timore del giudizio e imparando a pormi domande ancora prima di cercare risposte.
Col tempo ho capito che gran parte di questa crescita è passata proprio attraverso le persone che hanno condiviso con me quei corridoi. Credo che il vero privilegio del vivere in Collegio sia proprio questo: ogni porta nasconde una storia diversa dalla propria. Basta una cena improvvisata in cucina, una chiacchierata in corridoio alle undici di sera o un caffè preso al volo prima di un esame per ritrovarsi a guardare il mondo con occhi diversi. È una ricchezza che difficilmente si riesce a trovare altrove.
In cinque anni ho visto tantissime persone arrivare e altrettante partire. Ho visto le camere intorno alla mia svuotarsi anno dopo anno, e ogni volta era come salutare un piccolo pezzo di casa. È forse questa la parte più difficile del vivere in Collegio: vedere le persone andare via e capire che, anche se la quotidianità cambia, ciò che si è costruito insieme rimane. Del resto, oggi molte delle amicizie nate lì sono tra le relazioni più importanti che coltivo nella mia vita; sono le persone con cui continuo a condividere gioie, fatiche, dubbi e traguardi. Se penso al dono più grande che il Collegio mi abbia fatto, non ho alcun dubbio che siano loro.
Naturalmente in questi anni non sono mancati i momenti di confronto, e qualche volta anche di scontro. Ho vissuto il Collegio con un’intensità emotiva tale che chi mi conosce bene la definirebbe perfettamente coerente con il mio carattere. Ho scelto di partecipare alla sua vita mettendomi in gioco e assumendomi responsabilità, anche nel ruolo di rappresentante degli studenti. Questo ha significato vivere esperienze bellissime, ma anche affrontare discussioni, opinioni diverse e decisioni non sempre semplici. Col tempo ho capito che anche questo faceva parte dell’esperienza. Una comunità non cresce perché evita i conflitti, ma perché impara ad attraversarli con rispetto, trasformandoli in occasioni di dialogo. È proprio in quei momenti che ho imparato ad ascoltare
davvero, a difendere le mie idee senza smettere di accogliere quelle degli altri e a sentirmi responsabile di qualcosa che andava oltre la mia stanza.
A chi oggi sta pensando di intraprendere questa avventura direi una sola cosa: non scegliere il Collegio soltanto per avere un posto dove dormire durante l’università; sceglilo perché potrebbe diventare il posto in cui scoprirai chi sei.
E se mi chiedessero se rifarei questa scelta, risponderei senza esitazione di sì. Perché il Collegio Einaudi non è stato semplicemente il luogo in cui ho trascorso gli anni universitari. È il luogo in cui, senza quasi accorgermene, sono diventata la persona che sono oggi.
